Critical hamas

30/12/2008

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Mentre nel bel paese la questione morale non trova spazio che sulle pagine dei giornali, la crisi israelo-palestinese si complica sempre più, con la politica a far campagna elettorale bombardando la striscia di Gaza. Sembra che solo intellettuali e cineasti tentino la strada empatica, come nel bel film “Il giardino dei limoni”.

Dal Manifesto, di un connazionale, la prima testimonianza delle azioni “chirurgiche” dell’esercito israeliano: secondo l’agenzia di stampa Reuters oltre 300 morti. Possiamo continuare a leggere Vik su http://guerrillaradio.iobloggo.com

Quanto ci ricorda la recente guerra NATO in Serbia? O le successive interminabili, interminate?

di Vittorio Arrigoni* – GAZA CITY
TESTIMONIANZA
Un pacifista nell’inferno di Gaza
Il mio appartamento di Gaza dà sul mare, una vista panoramica che mi ha sempre riconciliato il morale, spesso affranto da tanta miseria a cui è costretta una vita sotto l’assedio.
Prima di ieri stamane (ieri, ndr). Quando dalla mia finestra si è affacciato l’inferno. Ci siamo svegliati sotto le bombe a Gaza, e molte sono cadute a poche centinaia di metri da casa mia. E alcuni miei amici ci sono rimasti sotto. Siamo a 210 morti accertati finora, ma il bilancio è destinato a crescere. Una strage senza precedenti. Hanno spianato il porto, dinnanzi a casa mia, e raso al suolo le centrali di polizia. Mi riferiscono che i media occidentali hanno digerito e ripetono i comunicati diramati dai militari israeliani secondo i quali gli attacchi avrebbero colpito chirurgicamente solo le basi terroristiche di Hamas. In realtà, all’ospedale di Al Shifa, il principale della città, abbiamo visto corpi stesi sul cortile, alcuni in attesa di cure o di degna sepoltura, decine di civili.
Avete presente Gaza? Ogni casa è arroccata sull’altra, ogni edificio è posato sull’altro, Gaza è il posto al mondo a più alta densità abitativa, per cui se bombardi a diecimila metri di altezza inevitabilmente compi una strage di civili. Ne sei cosciente, e colpevole, non si tratta di errore, di danni collaterali. Così, bombardando la centrale di polizia di Al Abbas, in centro, si è colpita la scuola elementare lì a fianco. Era la fine delle lezioni, i bambini erano già in strada, decine di grembiulini azzurri svolazzanti si sono macchiati di sangue.
Bombardando la scuola di polizia Dair Al Balah, si sono registrati morti e feriti nel mercato vicino, il mercato centrale di Gaza. Abbiamo visto corpi di animali e di uomini mescolare il loro sangue in rivoli che scorrevano lungo l’asfalto. Una Guernica d’oggi. Ho visto molti cadaveri in divisa nei vari ospedali che ho visitato, molti di quei ragazzi li conoscevo. Li salutavo tutti i giorni sulla strada del porto, o la sera mentre camminavo verso i caffè del centro. Diversi li conoscevo per nome. Un nome, una storia, una famiglia mutilata. La maggior parte erano giovani, sui diciotto vent’anni, per lo più non schierati né con Fatah né con Hamas, semplicemente si erano arruolati in polizia dopo l’università per avere un posto di lavoro in una Gaza che sotto il criminale assedio israeliano vede più del 60% della popolazione disoccupata.
Non ho visto terroristi fra le vittime, solo civili, e poliziotti. Solo il giorno prima li prendevo in giro per come erano imbacuccati per ripararsi dal freddo, dinnanzi a casa mia. Vorrei che almeno la verità rendesse giustizia a queste morti. Non hanno mai sparato un colpo verso Israele, né mai lo avrebbero fatto, non è nella loro funzione. Si occupavano di dirigere il traffico, e della sicurezza interna, tanto più che al porto siamo ben distanti dai confini israeliani. Ho una videocamera ma ho scoperto oggi di essere un pessimo cameraman, non riesco a riprendere i corpi maciullati e i volti in lacrime.
Non ce la faccio. Non riesco perché piango anche io. All’ospedale Al Shifa con gli altri internazionali dell’Ism ci siamo recati a donare il sangue. E lì abbiamo ricevuto la telefonata, che Sara, una nostra cara amica è rimasta uccisa da un frammento di esplosivo vicino alla sua abitazione nel campo profughi di Jabalia. Una persona dolce, solare, era uscita per comprare il pane. Lascia 13 figli.
Poco fa mi ha chiamato da Cipro Tofiq. Tofiq è uno dei fortunati studenti palestinesi che grazie alle nostre barche del Free Gaza Movement è riuscito a lasciare l’immensa prigione di Gaza e ricominciare altrove una vita. Mi ha chiesto se ero andato da suo zio e se l’avevo salutato da parte sua, come gli avevo promesso. Mi sono scusato perché non avevo ancora trovato il tempo.
Troppo tardi, è rimasto sotto alle macerie del porto insieme a tanti altri. Da Israele arriva la minaccia che questo è solo il primo giorno di una campagna di bombardamenti che potrebbe protrarsi per due settimane.
Faranno il deserto, e lo chiameranno pace. Il silenzio del «mondo civile» è molto più assordante delle esplosioni che ricoprono la città come un sudario di terrore e morte.

*Pacifista dell’Ism

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L’ultima dell’anno

21/12/2008

Da soli, in famiglia, in massa, le feste siano  in bicicletta.

CRITICAL MASS DI NATALE

24 dicembre piazza Mocchetti ore 22e30

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E poi approfittando delle belle giornate, come del vento fresco sulla faccia, delle vacanze, anche quelle di chi abusa dell’auto, del nuovo mezzo, di quello del nonno, della sciarpa andina, della piana nostrana, non fermiamoci più.


Ciclonica

10/12/2008

A Legnano RiCiclO propone il monologo per donna in bicicletta. Ispirato a Donchisciotte e la critical mass.

Venerdì alle 21e30 al Circolone.

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BO

4/12/2008
motor
dal Manifesto
Sovvenzionare l’auto? No, grazie
Guido Viale
L’automobile ha dominato l’evoluzione economica, sociale, ambientale e culturale del secolo scorso: paesaggi ormai tutti segnati da viadotti, svincoli, nastri di asfalto, stazioni di servizio; vita urbana che trascorre in mezzo a ingorghi e tempi morti e solitudine imposti dal traffico; aria infestata dai miasmi degli scappamenti e dal rombo dei motori e il frastuono dei clacson; salute minata dall’inquinamento e dagli incidenti stradali; bilanci comunali prosciugati dalla gestione di circolazione e servizi di trasporto pubblico imprigionati da auto in sosta e in movimento; bilanci familiari divorati dalla spesa per mantenere una, due, o tre auto. L’auto è penetrata fin dentro l’immaginario individuale e collettivo e continua a essere l’oggetto dei desideri di chi già ce l’ha, di chi non l’ha ancora e di chi non la potrà mai avere; dal primo al quarto mondo. Perché realizza un sogno antico come il mondo: non essere più fante ma cavaliere.
Ma l’automobile ha improntato anche l’organizzazione del lavoro del secolo scorso (non a caso è stata chiamata fordismo) e tutte le strutture sociali e politiche che il fordismo ha prodotto direttamente o reso possibili indirettamente: dequalificazione e parcellizzazione del lavoro; separazione tra esecuzione, direzione e controllo; piena occupazione e alti salari (o quasi) e consumi di massa; welfare state e dilatazione della spesa pubblica. E poi, ipertrofia dei settori a monte della sua produzione: siderurgia, meccanica, elettronica, gomma, ecc.; di quelli impegnati a farla circolare: costruzioni, riparazioni, marketing; e dell’industria del petrolio: prospezioni, estrazione, navigazione e cantieri navali, raffinazione, ecc.. Per tutte queste connessioni l’automobile rischia di essere la palla al piede della irrinunciabile transizione a un mondo che dovrà fare a meno dei combustibili fossili.
Palla al piede perché dal lato del consumo, l’automobile ha da tempo cessato di essere un fattore di sviluppo della mobilità; da soluzione ne è diventata il problema principale. Da promessa di libertà (partire e arrivare quando e con chi si vuole: cioè, dicono le statistiche, per lo più da soli) è diventata ostacolo: ingorghi, inquinamento, costi insostenibili: un rebus di cui trasportisti e assessori non riescono a venire a capo, perché non hanno coraggio, cultura, o capacità di «prendere il toro per le corna». Perché il «toro» non è il traffico, o la qualità dell’aria, o la mancanza di parcheggi, sottopassi o semafori «intelligenti», o la larghezza delle strade, ma la proliferazione dei veicoli, che rubano spazio alla vita e alla socialità e che, anche nell’orizzonte temporale di una politica lungimirante, continueranno ad andare a petrolio, o con derivati dei combustibili fossili. Per mandare avanti una flotta di auto come quella attuale con idrogeno o elettricità prodotta da centrali nucleari, ce ne vorrebbero altre 5.000; oggi nel mondo ce ne sono meno di 450! E continueranno a emettere gas di serra e particolato: non solo dagli scappamenti, a cui guardano tutti, ma soprattutto per l’attrito di miliardi di ruote contro il fondo stradale, di ganasce sui dischi dei freni e dal continuo sollevamento del pulviscolo prodotto. Dal lato della produzione, l’automobile, nonostante continui a fagocitare tutte o quasi le innovazioni che elettronica, telematica, chimica, fisica, metallurgia, robotica e design le mettono a disposizione, ha cessato da tempo di essere motore di innovazione. Ma è rimasta con un carico sovrabbondante di lavoratori in produzione e nell’indotto che la corsa alla delocalizzazione è riuscita solo in parte a ridurre; e con un pugno di «case automobilistiche» che non riescono più a far quadrare i bilanci e che oggi, nonostante la contrapposizione tra la «materialità» delle loro produzioni e la volatilità dell’alta finanza, rappresentano una minaccia per la stabilità del sistema anche maggiore di quella provocata dal default di borse, banche, assicurazioni e fondi vari. Così oggi in tutto il mondo, e con tanta più arroganza quanto più è stata coccolata e foraggiata nei decenni trascorsi, l’industria dell’auto esige dai bilanci degli stati e, attraverso questi, dai cittadini-contribuenti, un tributo che estragga forzosamente dalle loro tasche una integrazione del fatturato che il cittadino-consumatore non è più in grado di garantire con i suoi acquisti. E’ sensato assecondare queste pretese? No.
L’automobile è ormai un pozzo senza fondo e gettarvi sempre nuove risorse non contribuisce né a salvaguardare l’occupazione, né a promuovere l’innovazione, né a migliorare la vita urbana. Perché le automobili sono ormai troppe: la superficie terrestre e lo spazio urbano non sono più sufficienti a ospitarle e a rifornirle di strade e carburante; i redditi privati e i bilanci pubblici sono sempre meno in grado di sostenerne i costi. Ma soprattutto le spese di famiglie, amministrazioni e stati convogliate a sostenere l’industria dell’auto non fanno che sottrarre risorse agli usi alternativi che dovrebbero garantire la transizione all’era post-fossile: innanzitutto all’industria energetica basata su fonti rinnovabili ed efficienza; impianti solari, termici e fotovoltaici, turbine eoliche e marine, pompe geotermiche, cogenerazione diffusa, coibentazione degli edifici: tutte alternative occupazionali e tecnologiche alle attività oggi congelate nell’industria automobilistica.
Il riassetto del territorio – contenimento del dissesto geologico, riqualificazione di edifici e tessuto urbano, ricostruzione di una rete idrica che dissipa la risorsa più preziosa – è un’alternativa altrettanto valida, per il settore delle costruzioni, alla moltiplicazione di strade e parcheggi per far posto a un traffico che li satura prima ancora che siano completati.
Ma il mondo continuerà comunque ad aver bisogno di viaggiare e spostarsi – il diritto alla mobilità è da tempo una componente della cittadinanza – e quindi di veicoli: nel trasporto terrestre c’è bisogno di treni e tram lungo le linee di forza degli spostamenti; e di trasporto flessibile, cioè di veicoli da condividere (car-pooling, car-sharing, trasporto a domanda, taxi collettivo) negli spostamenti erratici, nelle ore di «morbida», nelle aree a bassa densità abitativa, nelle attività saltuarie che lo richiedono. Anche questo è un settore che assorbe investimenti e occupazione sia nella produzione di veicoli che nella gestione dei servizi.
Pensare che una transizione del genere possa essere affidata alla «mano invisibile» del mercato, scongiurando un intervento diretto dei poteri pubblici senza destinare ai settori chiave della transizione all’era postfossile le risorse da mobilitare per far fronte alla crisi è pura utopia, o grave irresponsabilità. Eppure gli stati maggiori del liberismo, a partire dall’Economist, tetragoni nelle loro statuizioni persino di fronte al fragoroso collasso dei mercati, ci ripetono che gli incentivi destinati alle energie rinnovabili «distorcono il mercato». Ma di fronte al disastro che incombe, per non affondare insieme all’auto, non c’è forse bisogno proprio di una «distorsione» del genere?