L’arte del ciclismo, la cultura sportiva e la globalizzazione delle due ruote secondo Bruno Leali

  • INTERVISTA |   di Cosimo Cito

    «Lunga vita alla bicicletta»

    L’arte del ciclismo, la cultura sportiva e la globalizzazione delle due ruote secondo Bruno Leali
    Fermarsi ad ascoltare, a guardare quelle facce, a sentire quei racconti. Le facce di Gavazzi, Baronchelli, di Rosola, Ciclone Bontempi, Lietti, gente così. Gente come Bruno Leali. Racconta Bruno, parla il ciclismo, parlano gli anni Ottanta. Parla un gregario. E come i vecchi e gli scrittori, i gregari hanno sempre qualcosa da dire. Anche quando dicono poco.
    Quella Roubaix, Bruno.
    Sì, era il 1987. Neve alla partenza, immaginavamo già come sarebbe andato il resto. Io dovevo fare da spalla a Bontempi, era lui il capitano. Passano le pietre, i km, la Foresta di Arenberg. Una corsa a eliminazione. Noi andiamo, la Roubaix è una corsa maledetta, non puoi stare un attimo tranquillo. Bontempi capisce di essere troppo controllato, fa fatica, a un certo punto mi dice di andare, che lui non si muove. Io vado e che mi prendano. Fango a non finire. Sul più bello viene fuori un bel sole, caldo. Io ho le gambe a pezzi, non ce la faccio, ma vado. Arrivo nono. Quel giorno vinse Vanderaerden. Mai fatta una fatica così. Mai stato più felice. Solo una volta, anzi: al Giro d’oro, vinsi una tappa a Salò, tra la mia gente, davanti a mia moglie.
    15 vittorie, 25 grandi Giri, milioni di km sotto le ruote. 7 mondiali, di cui 3 vinti.
    Sì, ho vinto tre mondiali ma non io. La squadra, Saronni, Argentin e Fondriest. Ho lavorato per loro fino alla fine e li ho vinti anch’io. A Goodwood, nell’82, c’ero già, diedi tutto, fino alla fine. Fino a Renaix, nell’88, quando Fondriest vinse.
    (Sì, il pasticcio tra Bauer e Criquelion, si agganciano ai 150, Fondriest si accomoda sulla linea, non avrebbe vinto mai forse, Dezan e Adorni che si danno sulla voce, la fuga fiume del lussemburghese Enzo Mezzapesa, Leali combatteva, tirava, staccava, sudava, Leali c’era).
    Sette mondiali consecutivi. In ammiraglia, Alfredo Martini.
    Alfredo è stato un grande, il commissario tecnico per eccellenza. Il Ciclismo. Questo è Alfredo.
    Poi il ciclismo ne ha fatta di strada. Quanto è diverso il ciclismo di oggi?
    Totalmente diverso, ma non dico peggiore, dico diverso. Una volta un corridore non sceglieva, non faceva corse in previsione di altre corse. Se metteva un numero, è perché quella corsa voleva vincerla o aiutare a vincerla, e non c’erano santi. Noi correvamo dal Laigueglia fino al Lombardia, sempre. D’inverno c’erano poi le Sei giorni, il ciclocross, io correvo dovunque, con ogni temperatura. Non esisteva la specializzazione, un corridore che vinceva la Roubaix poteva vincere il Giro o il Tour, prendete Hinault. Quando vinse la Roubaix, disse «mai più», ma la vinse, correndola una sola volta. Oggi i corridori selezionano gli eventi, e le corse del pavè sono diventate affare per i grossi calibri. Allora si andava a tutta sempre. Oggi i preparatori hanno cambiato tutto, dicono «tu sei adatto a questo, tu a quello». A me danno fastidio i corridori che corrono le classiche per preparare il Giro, o il Giro per preparare il Tour.
    Il ciclismo rischia di sparire, Leali.
    Non è possibile un mondo senza ciclismo. Ho sentito varie proposte, fermiamoci, un anno, o due. Non se ne parla proprio. Il ciclismo deve vivere, e per vivere ha bisogno di grandi persone dietro i corridori, ha bisogno che i vecchi spieghino ai giovani com’è la vita di un corridore, che spieghino «come si fa la vita», andare a letto presto, trattenersi a tavola, essere seri e scrupolosi nell’allenamento. I giovani, oggi, vogliono tutto e subito, e questo non va bene. E, se non ne sono capaci, di vincere o di aspettare, ricorrono alle scorciatoie. Io ho una squadra di under 23, insegno loro l’arte della bicicletta, insegno la vita del corridore, i valori del nostro sport.
    Armstrong, Basso, la stagione dei grandi ritorni. Persino Landis.
    E Bartoli, ho sentito anche di Vinokourov. Cosa vuol dire? Non so, certo, uno che a 38 anni torna con l’intenzione di vincere Giro e Tour mi fa una strana impressione. Non credo che ci riuscirà comunque. Ha forti motivazioni, una grande squadra, ma sarebbe qualcosa di incredibile. Basso è un grande corridore, ha avuto una parentesi negativa, ha pagato come nessun altro, ma tornerà più forte di prima.
    L’età media dei corridori si sta allungando notevolmente.
    Prendete Baldato, ha corso fino a 40 anni, ed è sempre stato un vincente. Una volta correre fino a certe età era cosa rarissima, ora è la norma quasi. Il vivaio poi è fortissimo, almeno in Italia, il ricambio è assicurato.
    La gente è legatissima al ciclismo, gli sponsor però se ne stanno andando.
    Problema enorme, quello degli sponsor. Però si sta assistendo negli ultimi anni ad una forte apertura del ciclismo ad altri territori del mondo. Nascono squadre russe, americane, il mercato stesso della bicicletta ora è dominato dalle marche americane. Vuol dire che nuove forze si stanno muovendo, che il mercato e l’interesse stanno diversificandosi. La più forte squadra del mondo, la Astana, è alimentata da capitali kazaki. Vuol dire che si sta assistendo ad una sorta di globalizzazione del ciclismo. Molte corse ormai sono in Australia, negli Emirati Arabi, negli Usa. Una volta, ai nostri tempi, si correva solo in Europa, e solo in Italia, Francia, Belgio e Spagna. Tutto questo credo sia positivo e farà del bene al ciclismo, nel lungo periodo.
    (Verrebbe da citare una famosa battuta di Keynes sul lungo periodo: «Cosa succederà nel lungo periodo? Saremo tutti morti». Il ciclismo ne ha di battaglie da fare, fuori e dentro di sé).
    La Federazione che fa?
    La Federazione fa il possibile, l’Uci fatica a tenere in pugno la situazione. La questione del testamento biologico farà del bene al nostro mondo, ma non si può continuare a criminalizzare il ciclismo, che continua a fare l’impossibile per combattere il doping, ma ha regole molto diverse dagli altri sport. Nel tennis Volandri è stato squalificato per tre mesi per assunzione del Ventolin. Petacchi perse invece un anno. Il doping si combatte con regole certe e accettate da tutti e dovunque.
    Mannini e Possanzini, nel calcio, pagano un ritardo di venti minuti all’antidoping. Eccesso di zelo?
    Credo che il Tas abbia voluto dare un segnale di educazione. Le regole ci sono e vanno rispettate alla lettera. Nel ciclismo non si può barare su nulla all’antidoping, i sorteggiati dopo la corsa vengono scortati da due gendarmi fino alla tenda del controllo. Nel calcio c’è stato più lassismo. Questo è un segnale. Poi si può discutere sull’entità della squalifica. Per me tre mesi con la condizionale sarebbero stati più che sufficienti. Come a voler dire, a loro e ad altri: state attenti, le regole vanno rispettate. Alla seconda violazione, poi, una squalifica più dura. Un anno è troppo davvero.
    Riccò, Piepoli, i furbetti del pedale.
    Una brutta pagina.
    Lei ha cinquant’anni Leali, ne ha vista di strada passare sotto i suoi tubolari. Un figlio lo manderebbe ora a fare ciclismo?
    Sì, il ciclismo è uno sport bellissimo. Certo, in Italia mancano le strutture. Mancano anche le piste ciclabili, e le strade sono ormai diventate pericolosissime. Non è bello uscire e rischiare di essere investiti. In Olanda, in Francia, le piste ciclabili sono dovunque. Lì c’è una vera cultura della bicicletta, da noi, è triste dirlo, no.
    Cosa è mancato nella sua carriera?
    Nulla. Solo quella volta, al Tour, contro Raas, a Bordeaux. 338 km, un caldo mostruoso, mai vista una tappa più lunga, 9 ore in bici. Persi in volata. Non fa rabbia, una cosa così?

il manifesto MERCOLEDì 4 FEBBRAIO 2009

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3 Responses to L’arte del ciclismo, la cultura sportiva e la globalizzazione delle due ruote secondo Bruno Leali

  1. ZILIANI NARCISO ha detto:

    BRUNO LEALI SEI UN GRANDE AMICO E UN GRANDE ALLENATORE

  2. sporting bet ha detto:

    che bellissimo articolo, mi ricorda le parole di mio nonno che adorava il ciclismo!

  3. Fran ha detto:

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